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L’arrivo a Colombo. Tour per la città.
Visita templi induista e buddista.
Alloggio al “Trans Asia” Hotel.
22 ottobre 2003 –
Difficile dire che ore sono, i finestrini dell’aereo sono
ancora chiusi e siamo in mezzo all’oceano indiano in coincidenza
di qualche fuso orario. Il personale ci serve la colazione e attendo
sonnecchiando l’arrivo a Colombo. Apriamo finalmente i finestrini.
Si vede ancora solo mare ma la mappa segna che l’aereo sta
arrivando a destinazione. Inizia la discesa verso la capitale dello
Sri Lanka. L’atterraggio avviene alle 14:30 ora locale, per
cui, tolte le cinque ore di fuso orario, diventano quasi nove ore
di volo da Milano.
L’aeroporto di Colombo appare spartano ed
essenziale. Ritiriamo in fretta i bagagli e cambiamo allo sportello
50 euro per prevenire le spese iniziali. Il cambio appare buono
a 107,59 per un totale di 5379,5 rupie. Molto superiore a quello
citato nella Lonely Planet ormai risalente a qualche anno fa. Ci
ritroviamo così all’uscita, dove si riunisce il nostro
gruppo di italiani dell’Azemar sotto l’unica guida di
Gianfranco, un ragazzo sulla trentina. Tutti insieme sappiamo ora
chi sono i nostri compagni di viaggio: una coppia di ragazzi come
noi, Luca e Marzia, una coppia di signori, Ambrogio e Gabriella,
due ragazze, Doriana e Patrizia, e poi ancora un’altra signora,
Franca, e un altro ragazzo, Mauro. Dieci in tutto, provenienti da
diverse parti d’Italia e di età diverse.
Aspettiamo Gianfranco che sbriga qualche commissione e formalità,
per avviarci finalmente al nostro bus. Due ragazzi, tra i tanti
in fila che non aspettano altro, come usanza da queste parti, portano
le valigie al nostro posto per cento metri e spendiamo subito le
nostre prime 50 rupie di mancia. Fa parecchio caldo e il sole picchia.
Saliamo sul nostro autobus, del tutto simile ai nostri italiani,
che risulta praticamente vuoto essendo solo in dieci! Durante il
primo tratto, Gianfranco ne approfitta per presentarsi e spiegare
alcune cose su usi, costumi e tradizioni locali. Prima di tutte:
non spaventarsi per la guida tremenda dei singalesi, che superano
e si infilano da tutte le parti senza apparente ragione, non risparmiando
di tagliare la strada di netto e suonare il clacson a più
non posso. Ce ne rendiamo subito conto nei primi chilometri…
A questo punto, essendo il volo in ritardo, ci ritroviamo a dover
azzardare una scelta non da poco: al posto di andare subito in hotel
come previsto inizialmente dal programma, e poi fare il giro della
città compreso nel pacchetto, Gianfranco propone di optare
prima per il tour, visto che sono già le tre e mezza del
pomeriggio e alle sei in punto fa buio. Dopo un giorno di viaggio
intero, soprattutto per noi che da Cagliari abbiamo dovuto aspettare
tante ore a Milano, risulta un po’ massacrante, ma decidiamo
comunque all’unanimità di non perdere la possibilità
di vedere Colombo. Il sogno di una bella doccia, un lauto riposo
e di un pasto decente è solo rimandato: del resto, siamo
in vacanza bisogna essere super attivi!
Dopo un’ora di tragitto passiamo di fronte al nostro hotel.
Difficile dire quanti chilometri abbiamo fatto dall’aeroporto,
di sicuro è invece lineare affermare che la città
di Colombo appare sterminata tra un susseguirsi continuo di case,
negozi, veicoli di ogni genere (dai carretti ai tuk-tuk, agli autobus
sgangherati alle utilitarie, assai rari le auto lussuose). Me l’aspettavo
assai più piccola e contenuta, ma probabilmente è
molto estesa per la mancanza di palazzi alti. Per il resto il panorama
è quello tipico dei paesi orientali: tanti mercatini, bancarelle
colorate, traffico indemoniato.
La nostra prima tappa è un tempio induista.
Appena scendiamo dal bus l’impatto non è davvero dei
migliori, devo dire assai più duro e crudo di quello che
si avverte passeggiando per le strade di Bangkok. Alle catapecchie
decadenti si affiancano angoli di immondezzaio totale, dove gatti
e cani randagi, quasi tutti con evidenti segni di malattie e in
condizioni precarie, cercano qualcosa da mangiare. Per fortuna non
ci sono anche persone. Tutto questo in appena cento metri di strada
che ci separano dal tempio. Speriamo che il resto della città
non sia tutto così!
Osserviamo esterrefatti la facciata del tempio , ricca di statue e sculture che fuoriescono da tutte le parti creando
giochi di profondità superbi e colorati. Subito dei mendicanti
appostati iniziano ad avvicinarsi al nostro groppo, in chiaro atteggiamento
d’elemosina. Pochi centesimi di euro per questa gente sono
soldi che valgono. Gianfranco ha spiegato nell’autobus che
il loro stipendio medio mensile varia tra i venti ai cinquanta dollari
per chi è più fortunato. Dare cento rupie di mancia,
che equivalgono più o meno a un euro, vuol dire regalare
un’intera giornata di duro lavoro ad un singalese. E’
anche vero che chiedere l’elemosina non è mai bello,
come non è bello vedere queste povere persone dalle facce
sofferenti e tirate, spesso a petto nudo e scalze, tutte intorno
a te che aspettano di ricevere qualcosa.
Lasciamo le scarpe all’ingresso ed entriamo nel tempio. La
parte visitabile non è molto grande, si fa solo il giro di
qualche stanzone. Gli affreschi e l’interno in generale sono
un po’ lasciati andare, ma in tempi migliori doveva davvero
essere bello e splendente. Un signore anziano ci segue e improvvisa
qualche parola in inglese per fare una sorta di guida. Inutile dire
che all’uscita chiede la mancia, la quale Gianfranco ci informa
comunque non essere affatto obbligatoria in nessun caso. Mentre
riprendo le scarpe lascio così venti rupie al signore, che
non pare molto contento o soddisfatto e continua a chiedere con
un atteggiamento che quasi mi indispettisce.
Torniamo al bus e proseguiamo per un altro tempio,
stavolta buddista, quello di Gangaramaya. L’ingresso
è a pagamento e costa 100 rupie a testa. Beh, almeno così
si mettono le cose in chiaro da subito: si paga e niente mancia!
L’entrata è stravagante, con tanti gingilli, statuette
e doni sparsi ovunque. All’interno pare una sorta di museo,
con oggetti e reliquie di ogni genere, alcune molto colorate e alquanto
bizzarre. L’antico si fonde col moderno senza vie di mezzo.
Usciamo all’aperto in un cortile interno, di fronte a centinaia
di statue disposte in modo organizzato ed equidistanti che creano
un bel colpo d’occhio. Di lato un’auto d’epoca
perfettamente conservata rende ancora più l’idea del
museo stravagante. Un’altra sala di oggetti e sbuchiamo in
un altro cortile con un gigantesco albero Bodhi. Dopo qualche spiegazione
di Gianfranco in italiano e della guida del tempio in inglese, torniamo
infine all’autobus.
La nostra prossima meta è un grosso negozio di souvenir,
dove Gianfranco consiglia di guardare per iniziare a rendersi conto
dei prezzi. Di passaggio, prima di arrivare, possiamo osservare
velocemente dai finestrini alcuni monumenti tipici di Colombo, quali
il tempio sul lago, il Trade Center, persino l’originale Municipio
costruito come identica copia della Casa Bianca!
Arriviamo dunque al nostro negozio, diviso in tre piani, ognuno
ricco di numerosi oggetti e souvenir di ogni genere: statuette in
legno, maschere tipiche, stoffa e batik, vestiti, parei, dipinti,
prodotti artigianali, spezie, cartoline, davvero di tutto. Nonostante
io e Ste avessimo promesso prima di entrare di non spendere nulla,
visto che questo è solo il primo negozio che visitiamo, non
possiamo non essere colpiti da innumerevoli cosettine che farebbero
davvero gola da portare a casa. E’ così la nostra scelta
finale ricade su un simpaticissimo e davvero per noi originale elefantino,
ricavato scolpendo una noce di cocco, con tanto di proboscide e
tratti dipinti in nero. Meraviglioso! Il suo costo è di 360
rupie (3,5 euro).
Finito lo shopping è giunta, per la gioia di tutto il gruppo,
l’ora di andare finalmente in hotel a riposarci e a riempire
il nostro stomaco con un pasto decente che non vediamo ormai da
due giorni. Entriamo al “Trans Asia” hotel (5 stelle
e probabilmente il migliore di tutta la capitale), rimanendo subito
colpiti dalla lussuosa hall d’ingresso, spaziosa e tutta luccicante.
Veniamo accolti in un’atmosfera cortese e rilassante, ci sediamo
tutti attorno ad un tavolo dove ci viene offerto un ottimo soft-drink
di benvenuti, mentre Gianfranco sistema le formalità alla
reception e ritira per noi le chiavi delle stanze. Rimaniamo d’accordo
col gruppo di cenare tutti insieme e ci diamo un appuntamento alla
sala ristorante.
Saliamo le scale per il primo piano, il quale appare, come in quasi
tutti i grossi hotel di questa categoria, un enorme labirinto di
corridoi lunghissimi e porte tutte uguali. Troviamo la nostra stanza,
bella e spaziosa, praticamente nulla da obiettare. Tranne che le
prese di corrente non sono europee e il nostro adattatore non “adatta”
poi tanto bene… in ogni caso riusciamo a risolvere il problemino,
e nel frattempo arrivano i facchini a consegnarci le valigie. Altre
30 rupie di mancia. Facciamo una bella doccia e, neanche il tempo
di aprire le valigie, tocca già scendere a cena all’appuntamento.
Non potevamo prendercela con più calma?
Scendiamo al ristorante passando per il salone, dove una ragazza
singalese canta dal vivo sotto una piacevole musica di un pianoforte
a coda, e troviamo già tutti a tavola: ma come hanno fatto
a fare così in fretta? Dopo pochissime parole di Gianfranco
a capotavola, andiamo a prelevare tutto il possibile e l’inimmaginabile
dal buffet. La nostra prima cena non delude certo le aspettative:
il cibo è vario, abbondante e buono. Passiamo dagli stuzzichini
ai primi, secondi, verdure e dolce. Nonostante mi sforzi di leggere
la descrizione delle pietanze, ammetto che mi risulta molto più
semplice andare a “naso” e occhio: quello che mi ispira
prendo, il resto può aspettare un altro giorno. Avendo Gianfranco
a lato, ne approfitto per chiedergli qualche informazione e scopro
con stupore e piacere che anche lui è sardo, delle parti
di Olbia!
Più che soddisfatti della cena, torniamo in stanza a riposare.
Domani tocca alzarsi alle 6:30 per trasferirsi al Dickwella nell’estremo
Sud dello Sri Lanka. Non possiamo che rimanere a bocca aperta nel
sentire che ci aspettano cinque ore di bus per fare 180 chilometri…
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