Con le premesse ho cercato di dare punti fissi, di introdurre non il paese ma la sua caricatura, ed in quanto tale l’esasperazione di ciò che per noi sono comportamenti curiosi e diffusi. Molto abbiamo letto sulla pericolosità del paese ed anche se la nostra esperienza non ci permette di perorare la causa, indubbia è l’insicurezza che si respira soprattutto dopo il tramonto. Tramonto dicevo, l’ultimo atto del giorno che ci era permesso assistere dopo di che, branda! Mai dopo le nove, per manifesto e non espresso bisogno delle due donne, e che il nostro paternalistico, protettivo ed accondiscendente carattere di uomini maturi non ci permetteva di non attendere..
Nel resoconto che segue riporterò tutti i costi in Dollari americani, per agevolare chi legge, ad un cambio di 2500 bolivares per dollaro.Il primo giorno proprio con questo rapporto ho cambiato 2000 dollari con i quali ho coperto buona parte del viaggio.
26 luglio 2006 ore 15,00, dopo una lunga fila al controllo passaporti di Linate ed un panino all’aeroporto di Lisbona, Caracas. In 20 minuti usciamo dall’aeroporto. Credevamo di trovare un caldo impossibile ma Cremona delle ultime tre settimane, non invidiava nulla. La nostra meta è Maracay, lì abbiamo prenotato per telefono la prima notte. Ligi nell’ascoltare chi in Venezuela ci era già stato, “ Solo taxi ufficiali, solo Land Cruiser neri, nessun altro!” chiediamo ad un signore che ci cercava con lo sguardo se fosse un tassista, la pronta risposta “ Se mi paghi ti porto dove vuoi”…... bè, mi son detto, allora è un tassista! Contrattiamo per 85 dollari, la distanza è di circa 110 km che percorriamo in 3 ore ½. La distanza non giustifica il prezzo, ci spiega Juan, ma il crollo di un ponte, che costringe ad attraversare Caracas con le inevitabili code e rallentamenti, si.
Dopo una doccia in hotel (hotel Caroni av. Ayacucho norte 19, (0243) 5544465, 25 dollari la stanza), cena da Mina con pollo alla parrilla e churrasco per 11 dollari , poi a nanna.
Dopo la sveglia ci rechiamo in un bacalino per la colazione ( “bacalino” è un espressione in vernacolo cremonese per indicare un bacalino) e dopo due cappucci fatti meglio che in molti bar nostrani ed un bombolone che non siamo riusciti a finirlo in due ( 2 dollari) ci incamminiamo verso la fermata (parada) dell’autobus. Si ferma un bus completamente colorato, metà rosso , metà blu, avvolto in ragnatele nere e la scritta “Spiderman” sul fianco, ed alla domanda “ Scusi passa per il Terminal?”, “ No, non ci passo ma se dovete andarci vi ci porto!”…e ci ha portati!!!! Un grande!!!!
Al terminal per 80 cent prendiamo un autobus direzione Ocumare de la Costa e scendiamo a Rancho Grande. Ci troviamo nel Parco Nazionale Henry Pittier, precisamente in una stazione biologica presidiata da un canuto signore che per 2 dollari ci accompagna nella visita. Henry Pittier era un ricercatore svizzero morto misteriosamente proprio in questa stazione. Dopo un giro nel parco ed dopo aver ammirato numerosi ed imponenti esemplari di “Gigantesca Caribensis” una pianta con grandi radici triangolari, ci fermiamo in una stanza al secondo piano dell’edificio dove si trova un grande masso di roccia con la particolarità di essere sempre umido, cosa, a detta della guida, non ancora spiegata. Effettivamente un po’ misterioso è, se non altro per le dimensioni, impossibile avercelo portato dopo la costruzione, non passa dalle porte, e per il notevole peso, una roccia di circa 1 metro e ½ di diametro posta al secondo piano. Snocciolando improbabili cause ultraterrene, il biondo, strusciava il proprio machete sulla roccia come per affilarlo.”E’ il mio miglior amico, non me ne separo mai”, ci diceva abbassando il tono di voce, al che, guardandoci, io e Marina, nello stesso istante abbiamo capito che fine aveva fatto Henry Pittier.
Uscendo da Rancho Grande incontriamo due studenti del posto che per arrotondare accompagnano i turisti per il parco e si offrono di darci un passaggio fino a Maracay. Sulla strada ci fermiamo in un posto nel quale è in corso un progetto di conservazione dell’area, dove ai bordi di un ruscello possiamo ammirare delle bellissime mini-rane e grandi ragni d’acqua grossi quanto una mano.
Nel mentre ci coglie impreparati un acquazzone e decidiamo di tornare a Maracay. Per ricambiare il favore offriamo loro una cena in un improbabile ristorante, “El Cachapero”. Il nome è ispirato dal piatto tipico, la Cachapa. La cachapa è una specie di polentina fatta con una pasta di mais non ancora maturo e frullato, zucchero, sale ed un aroma che non ci ha voluto dire. Il tutto fatto cuocere su una piastra a mò di piadina e condito con formaggio o carne. Non avendo la licenza per gli alcolici ceniamo con una bevanda chiamata “ Malta”, una sorta di birra analcolica al forte gusto di malto.
Salutiamo Paulo e Lourdes ( per chi servisse una guida lascio il numero di Lourdes 0412 4382387) e dopo una capatina ad un centro internet, tra l’altro molto diffusi, torniamo in albergo.
Prima di rincasare ci fermiamo per un digestivo in una cantina stile Wyoming proprio sotto il nostro hotel. Sorseggiamo un Rum Santa Teresa, il miglior rum venezuelano ( 4 dollari), due chiacchiere con un avventore e poi a letto.
L’indomani, colazione con succo di melone e guayaba e con un “por puesto” ci rechiamo a Cata una spiaggia vicino alla cittadina di Ocumare. Non ho mai capito la differenza tra “por puesto” ed un taxi, L’unica cosa che ho notato è che i “por puesto” li trovi nei terminal. Dividiamo il “por puesto” con tre ragazze ed un bambino alto più o meno come una bottiglia di rum. Per 4 dollari a testa e circa 1 ora e ½ di strada siamo in spiaggia. La spiaggia ed il mare sono belli, certo il confronto con Los Roques non regge, contornati di palme, poco affollati e puliti. Dopo un bagno ci spostiamo in un baracchino dove pranziamo con “ tostones”, un hamburger di platano fritto con sopra di tutto, “empanadas”, forse la cosa più diffusa in Venezuela, molto simile ad un piccolo calzone fatto con farina di grano, fritto e riempito con qualsiasi cosa, calamari e gamberoni. Dopo aver ordinato ci accorgiamo che le porzioni sono esagerate e chiamiamo le nostre compagne di viaggio per farci aiutare. L’invito è accettato di buon grado. Il conto è di 24 dollari, 7 i gamberoni, 7 i calamari, i tostones 2 dollari( una porzione sono 4 tostones), le empanadas 50 cents l’una ed il resto birra. Dopo un bagno ed aver salutato le nostre amiche prendiamo un autobus per ritornare a Maracay. L’Henry Pittier è un parco ricco di una vegetazione lussureggiante, tagliato da sentieri che portano in piccoli e caratteristici villaggi. Nel parco trovano spazio molte piantagioni di cacao che in questa zona è il migliore del paese. La pianta è di ridotte dimensione ed i frutti grandi quanto meloni, ed hanno la caratteristica di crescere sul tronco e sui rami principali. Ciò che diventerà Nutella non è il frutto ma i suoi semi, grandi quanto un’oliva taggiasca, che debitamente fatti fermentare ed essiccati saranno poi lavorati per la gioia di molti.
Al ritorno in albergo siamo raggiunti da Sergio e Mariangela, freschi dall’Italia e partiti 2 giorni dopo di noi. Entrambi molto sportivi e kayachisti estremi. In questo molto diversi da me amante da sempre del surf sul divano ed i tuffi sotto il piumone. Con Sergio e la Mari ci siamo conosciuti un paio di giorni prima di partire, tramite amici comuni, potevamo essere incompatibili ma così non è stato. Ci siamo trovati bene, gli alloggi, i tempi, i luoghi, non riesco a trovare un che di negativo. Sforzandomi, in verità, qualcosa c’è ed è il dopobarba di Sergio, sarà pur francese, sarà pur costoso, sarà pur raffinato, ma ragazzi, se le zanzare ci pedinavano un motivo c’era.