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19 aprile
Lüderitz e dintorni
km 100
Siamo ormai abituati agli
orari africani; complici la luce del sole, già alto alle
6 e 30, e i rumori provocati dai vicini di stanza, ci svegliamo
alle 6 e 45 senza nemmeno aspettare il suono della sveglia. E' una
bellissima giornata, cielo limpido e mare blu intenso.
Il proprietario della nostra Guest House ci accompagna al molo dove
incontriamo l'equipaggio della barca a vela Sedina che ci condurrà
al largo della costa di Lüderitz. Prima però consumiamo
una colazione sostanziosa al bar sul molo: che bello, mangiamo all'aperto,
su un tavolo di legno e all'ombra dell'ombrellone, in vero stile
mare. Visto che la nostra voglia di pesce è rimasta insoddisfatta,
ordiniamo delle Seafood Omelette, uova cozza gamberetti e altri
frutti di mare... una vera delizia. Speriamo di non stare male in
barca! Alle 8 salpiamo alla volta di Diaz Point, la punta della
penisola che si estende a sud di Lüderitz, su cui è
approdato, nel lontano 1488, il navigatore portoghese Bartolomeo
Diaz. Il paesaggio è davvero sorprendente: mare blu, fortunatamente
piuttosto calmo, a destra le propaggini meridionali del deserto
del Namib che si tuffa direttamente in acqua e a sinistra la costa
spoglia e monotona della baia. Pensiamo che non molto sia cambiato
da quando gli esploratori sono giunti qui più di 500 anni
fa. Durante il tragitto ci fanno compagnia alcuni delfini giocherelloni
che si divertono a nascondersi sotto la prua e a suscitare, ad ogni
salto o acrobazia, il nostro stupore. Ci sembra di essere tornati
bambini e se non fosse per il freddo vento e l'acqua gelida, ci
piacerebbe tuffarci e nuotare con loro. Siamo ancora emozionati
dall'incontro con i delfini quando intravediamo i primi gruppio
di otarie e pinguini del capo. Le prime sono sdraiate al sole su
un piccolo promontorio, piuttosto goffe nei loro movimenti. I pinguini
sono più piccoli di quando immaginavamo, ma comunque simpatici
e buffi. Sulla via del ritorno chiaccheriamo un pò con Gunter,
il nostro skipper, un ragazzo di origine tedesca ma che ormai si
sente un namibiano vero: "le persone sono come le piante, appartengono
al luogo in cui mettono radici". D'altra parte ci spiega di
essere nato qui, così come suo padre e sua madre. E' stato
suo nonno ad emigrare in Namibia dopo la seconda guerra mondiale.
"Ho vissuto un pò qui e un pò a Swakopmund. Sono
stato anche in Germania dove ho molti amici e numerose ex-girlfriends!
Ora sono contento di essere tornato a Lüderitz e del lavoro
che faccio". Chiediamo a Gunter di spiegarci come stanno evolvendo
le relazione sociali in Namibia... ci sembra ben disposto a parlarne.
"Quando andavo a scuola io, gli istituti erano divisi tra bianchi
e neri, i miei compagni erano tutti bianchi. Ora invece le scuole
sono miste, aperte a tutti, e questo aiuta fortemente la nuova generazione
nell'abbattere certi pregiudizi sociali. Certo, l'apartheid, sebbene
abolito legalmente, è duro a morire. Le persone anziane sono
ancora molto razziste, l'economia è ancora in mano ai bianchi,
ma le cose stanno gradualmente cambiando, a differenza di quanto
avviene in Sudafrica, dove le restrizioni sono ancora una realtà,
nonostante le lunghe lotte per la parità dei diritti. Ma
lì è più difficile perchè sono in tanti,
mentre noi siamo meno di due milioni di abitanti in un territorio
vastissimo... è lecito dire che c'è posto per tutti!".
Approfittiamo della sua disponibilità per farci spiegare
il motivo di tutte le recinzioni che corrono ai lati delle strade.
Il suo volto si fa un pò corrugato ma ci risponde prontamente:
"Le recinzioni delimitano le proprietà private, ovvero
farms estese anche migliaia di ettari. Queste recinzioni sono il
simbolo di quanto di negativo è accaduto nel passato. Esse
sono state e sono tuttora un male per gli animali, che da un giorno
all'altro si sono visti negata la possibilità di spostarsi
da un luogo all'altro, andando incontro anche alla morte quando
la zona in cui erano stati rinchiusi non conteneva delle pozze d'acqua.
Ma soprattutto sono il simbolo dell'arroganza dell'uomo bianco,
arrivato qui da lontano con i barili di whiskey, con il quale "acquistavano"
i terreni dagli indigeni completamente ignari del concetto di proprietà
privata". Dopo la foto di rito, salutiamo Gunter e il suo collega
e ci dirigiamo a Kolmanskopp ,
la città fantasma, che sorge a dieci chilometri da Lüderitz.
Optiamo per una visita guidata e, quando incontriamo la nostra guida,
scopriamo di essere gli unici turisti del gruppo, meglio così!!
In effetti in questi giorni abbiamo incontrato pochissimi turisti
e Gunter stesso ci ha confermato che la maggioranza dei visitatori
arriva a Luglio e Agosto. Cominciamo la visita dal teatro della
città. La guida ci racconta degli anni di splendore di Kolmanskopp
e della sua decadenza. Passeggiando tra quel che rimane delle case
ci sembra di venire catapultati nel passato, anche se ci vuole parecchia
immaginazione per pensare che fino a pochi decenni fa questa è
stata una fiorente e vivace cittadina di ben 1600 persone. La sabbia
ormai si è impadronita degli edifici abbandonati, alcuni
dei quali non sono accessibili perchè pericolanti. Visitiamo
i vari edifici tra cui il casinò, la sala con le piste da
bowling, il teatro, un negozio, la macelleria e ghiacciaia, la panetteria,
l'ospedale e le abitazioni delle principali figure di Kolmanskop:
il direttore della miniera, l'architetto, il contabile, l'ingegnere,
il furiere e i medici. Durante la visita prestiamo molta attenzione
alle parole della guida ma lo sguardo a volte si perde nella sabbia
alla ricerca di qualche luccichio... Oltre gli ultimi edifici della
città fantasma scorgiamo il confine della famosa Sperrgebiet,
la Diamond Area 1, quel vasto territorio in cui si continua incessantemente
e con successo a portare alla luce i bellissimi diamanti che hanno
fatto la fortuna di Kolmanskopp fino a quando la sede della CDM
(Consolidated Diamond Mines) è stata spostata a Oranjemund,
al confine con il Sudafrica.
Trascorriamo le prime ore del pomeriggio girando un pò in
auto tra Lüderitz, Diaz Point e Grosse Bucht. C'è chi
vorrebbe addirittura fare il bagno, immediatamente dissuaso dal
gelo dell'acqua e dal forte vento. Ci arrampichiamo sul promontorio
di Diaz Point su cui si erge la famosa croce e da cui si gode di
un ottimo panorama. Lo sguardo va poi inevitabilmente a finire sul
pittoresco faro e sulle otarie che faticano a stare aggrappate alle
rocce infrante dal mare che si è fatto burrascoso. Solo due
di noi però si ricorderanno di tali meraviglie... il gentilsesso
infatti ha optato per la via dei sogni! Prima di tornare all'alloggio
ci mettiamo alla ricerca dei fenicotteri che abitualmente trascorrono
le ore pomeridiane nelle numerose spiagge della baia, ma senza successo.
In una di queste spiagge troviamo il relitto di un'imbarcazione,
un'inaspettata anteprima della Skeleton Coast.
Dopo un breve sonnellino, ci dirigiamo alla volta di Agate Beach,
che molti in paesi ci hanno consigliato. Poco prima di raggiungerla
incontriamo, in una rigogliosa oasi artificiale alle spalle della
quale si estende infinito il deserto del Namib, vari esemplari di
orici e springbok . L'emozione nel vederli così numerosi e mansueti è
forte e mentre loro brucano pacificamente noi li ammiriamo e facciamo
qualche fotografia con la calda luce del tramonto. Alla fine per
noi sono il primo vero e proprio approccio con la fauna namibiana.
Alla fine scopriamo che Agate Beach non è altro che una squallida
spiaggia piena di cespugli dove non vale la pena di venire se non
particolarmente malinconici... per noi questo piccolo fuori programma
è stato però molto interessante.
Per la cena seguiamo il consiglio del gestore della nostra guest
house che lavora anche come cuoco al Ritzi Restaurant. Ci concediamo
così il lusso di un'abbuffata di pesce in riva al mare. Tra
delicate ostriche, gustosi gamberetti e succulenti calamari, raggiungiamo
l'apice con una favolosa aragosta. Il talento del cuoco è
fuori discussione, la cortesia del personale notevole e l'ambiente
davvero accogliente. Insomma un posto da non perdere anche per il
prezzo: 12€ circa a persona. Alla fine, uscendo quasi in bilico
per il vino bevuto, ringraziamo il personale con uno spassionato
"Number One, Ritzi Forever!"
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