
"UNA TERRA DOVE L'UOMO DEVE ANCORA
COMBATTERE PER VIVERLA,
PIUTTOSTO CHE DOVERLA PROTEGGERE"
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| periodo |
luglio-agosto / tutti gli anni |
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| km percorsi |
2500 |
| costo |
2100 (su fuoristrada
dell'organizzazione) vedi
qui |
| a cura di... |
Gruppo Dimensione
Avventura |

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PAGINA 4
Walking on the moonland:
trekking di 3 giorni su uno dei percorsi più belli
al mondo!
29
agosto 2003. Il gruppo trekking Dimensione Avventura e’
euforico per la partenza che e’ fissata per le 10 o giù
di lì….. abbiamo quindi il tempo di tuffarci nella
fantastica pozza d'acqua calda che si trova accanto al campeggio
di Landmannalaugar ,
fare una bella doccia, visto che chissà quando ce ne recapiterà
l'occasione, e mangiare qualcosa. Diamo un'ultima sistemata agli
zaini, ingrassiamo le scarpe e siamo pronti per l'inevitabile foto
di gruppo tra le grida di saluto e incoraggiamento dei nostri compagni
di viaggio.
Il tempo sembra buono, solo qualche nuvola qua e là che non
basta a scalfire il nostro entusiasmo da giovani marmotte. Partiamo
in fila indiana, tutti dietro Marco "la Voce della Natura",
equipaggiati più come un gruppo di escursionisti della domenica
che come trekkers professionisti che si apprestano a compiere un
percorso classificato dalla Lonely Planet come uno dei tre più
belli al mondo.
La tappa di oggi è tutta in salita. Incoraggiati dal sole
e dal paesaggio che si rivela spettacolare fin dai primi minuti
di cammino, percorriamo abbastanza velocemente il primo tratto del
sentiero che si inerpica su per le colline alle spalle del campeggio.
Una volta arrivati abbastanza in alto facciamo una piccola sosta,
per riprendere un po' di fiato e calorie. Dagli zaini spunta fuori
cioccolata in tutte le sue forme possibili, mentre inizia a cadere
qualche goccia di pioggia. Il tempo di indossare giacche e pantaloni
antivento, però, basta a far tornare il sereno. La marcia
riprende lungo un sentiero che si fa ad ogni passo più bello.
Attorno a noi, montagne di ogni forma e consistenza ci offrono un
campionario di colori indescrivibile ;
c'è almeno un esemplare di tutti gli elementi presenti in
natura: sembrano le prove generali della creazione! Colline gialle
dai fianchi morbidi come dune del deserto, montagne dalle pareti
colorate di un verde acceso o di un rosso mai visto prima (Marco
ci spiega che si tratta di minerali, rispettivamente rame e ferro,
che il magma ha portato in superficie), distese nere di lava ruvida
e increspata e, in lontananza, il bianco ormai familiare del ghiacciaio.
Le nostre macchine fotografiche continuano a scattare, come impazzite,
mentre ci arrampichiamo senza fatica lungo il sentiero.
Pranziamo sotto un sole fantastico, in una piccola valle attraversata
da un fiumicciatolo di acqua sulfurea. Attorno a noi la roccia è
completamente ricoperta da un muschio morbidissimo di un verde incredibilmente
brillante e qua e là si apre per lasciar zampillare fuori
getti di vapore o di acqua calda. Riprendiamo il cammino lasciandoci
alle spalle una serie di laghetti bollenti di uno straordinario
colore tra il celeste e il grigio, che spiccano come pietre preziose
nel verde circostante. Ora la salita si fa più dura, o forse
sono i chilometri che cominciamo ad accumularsi sulle spalle insieme
al peso degli zaini. Ma l'Islanda ci premia ancora una volta con
un altro scenario da favola. Appena "scavallata" la collina,
davanti ai nostri occhi un immenso deserto di ossidiana luccica
sotto questo sole ostinato. Le pietre, di ogni forma e dimensione,
brillano come gemme intagliate da una mano sapiente e misteriosa.
Ci lanciamo nella raccolta di souvenir, mentre la Voce della Natura
ci raccomanda di non esagerare. E in effetti, una volta sollevati
da terra e allontanati da quel contesto stregato, i piccoli pezzi
di ossidiana perdono buona parte del loro fascino.
Al rifugio di Sodull mancano ormai pochi chilometri
e li percorriamo senza difficoltà. Si trova a 1.110 metri
di altitudine, proprio alle pendici di un ghiacciaio e anche qui
c'è un panorama che non si vede tutti i giorni. Facciamo
un po' di stretching tutti insieme e poi montiamo le tende all'interno
di muretti a secco a forma di ferro di cavallo che serviranno a
ripararle dal vento. Nel giro di una mezz'oretta siamo di nuovo
in marcia, diretti a Jokulhaus, un punto in cui
il ghiacciaio, sciogliendosi, forma una serie di grotte. Per arrivarci
dobbiamo anche passare su di un'enorme lingua di ghiaccio. Marco
va avanti, per saggiarne la consistenza. Dietro di lui, in rigorosa
fila indiana, tutti noi stiamo attenti a mettere i piedi sulle sue
orme. All'arrivo una sorpresa: il resto del gruppo, con furgoni
e fuoristrada, ci ha preceduti di poco. Ci godiamo tutti insieme
questo spettacolo mozzafiato. Un'enorme caverna di ghiaccio il cui
soffitto è stato scavato da misteriose forze della natura
come un panetto di burro, fino a creare un cunicolo alla cui estremità
spicca l'azzurro intenso del cielo. All'uscita della grotta l'acqua,
scorrendo dalla sommità del ghiacciaio, crea una piccola
cascata all'interno della quale, grazie ai raggi di questo sole
così poco islandese (ma molto sardo….), si vede l'arcobaleno.
Per noi è tempo di tornare al campo. Sul grande tavolo di
legno posto davanti al rifugio iniziamo la preparazione della cena.
È un trionfo di zuppe, minestrine e risotti liofilizzati.
Non avrei mai creduto che questa roba un giorno mi sarebbe sembrata
così gustosa. È una bella serata, ma dopo cena si
alza un venticello freddo che smorza un po' la nostra voglia di
chiacchierare.
È ora di andare in tenda: domani ci aspettano altri 18 chilometri!
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30
agosto 2003. "Sveglia bimbi! C'è il sole!".
Alle otto spaccate, come ci aveva promesso, la Voce della Natura
interrompe una fenomenale notte di sonno. In effetti anche oggi
è una bella giornata, magari non come quella di ieri ma,
considerato dove siamo, proprio non ci possiamo lamentare. Facciamo
colazione con calma, smontiamo le tende e ci rimettiamo in cammino.
Oggi il sentiero dovrebbe essere quasi tutto in piano, se non in
leggera discesa. Possiamo vederlo anche da qui, con i paletti rossi
e gialli che spiccano sul nero della sabbia, inseguendosi a intervalli
regolari, e scompaiono poi in fondo alla valle.
I fianchi della montagna sono attraversati da solchi profondi che
scendono verso valle ripartendosi in mille canali simili a torrenti
inariditi. Visti da qui, creano un bellissimo effetto e conferiscono
al paesaggio un'aria morbida e rilassante. Ma quando ci tocca attraversarli,
scendendo in profondità e risalendo dall'altra parte con
i piedi che scivolano e affondano in questa sabbia nera il nostro
entusiasmo si attenua. In questo tratto raggiungiamo anche una giovane
turista canadese partita stamattina presto dal nostro stesso rifugio.
Viaggia da sola, trascinandosi sulle spalle uno zaino gigantesco,
il minimo indispensabile - ci dice - per un viaggio lungo come il
suo. La salutiamo e proseguiamo il cammino.
Arrivati alle pendici del monte Harskerdingur,
che con i suoi 1281 mt è tra le cime più alte della
zona, ci fermiamo per uno spuntino. Ma non facciamo a tempo a posare
gli zaini che Marco proclama la scalata alla vetta con i pochi volenterosi
che vorranno seguirlo. Ci arrampichiamo in 6, come formiche, su
una parete che a me sembra praticamente verticale. Dalla cima, una
vista spettacolare sulla strada che abbiamo appena percorso e su
quella che ancora ci aspetta! Discendiamo la montagna su un altro
fronte, completamente coperto di ghiaccio. Da questo lato la pendenza
è meno decisa, per cui ci divertiamo a lasciarci scivolare
simulando una discesa libera senza sci!
Il gruppo, ricompattato, riprende la marcia, incoraggiato dalla
visione del traguardo intermedio della giornata: il lago dove dovrebbero
aspettarci i fuoristrada nel pomeriggio. Si trova nella cosiddetta
"valle delle fate" e, man mano che la nebbia davanti a
noi si dirada, capiamo facilmente le ragioni di questo nome. Arrivati
al punto panoramico dove consumeremo il pranzo, il lago riposa davanti
ai nostri occhi nella tranquilla immobilità di un acquerello .
Lo circondano montagne scure, su cui il muschio sembra scivolare
in una serie di lingue sottili che scendono verso valle, come se
qualcuno vi avesse versato su enormi barattoli di vernice verde
brillante.
Dopo pranzo ci aspetta un primo, piccolo guado. Marco studia dall'alto
la situazione e individua il punto in cui il fiume sembra più
facilmente attraversabile. Una volta arrivati sul posto, però,
la situazione si rivela più complicata del previsto e, dietro
l'esempio della nostra infallibile Guida, posizioniamo alcuni grossi
massi nel fiume, più o meno in fila indiana, allo scopo di
poterlo guadare più facilmente. L'operazione riesce e ne
beneficia anche la turista canadese che nel frattempo ci ha raggiunti.
Ormai è quasi fatta. Percorriamo gli ultimi metri che ci
separano dai fuoristradisti tenendoci tutti per mano e, quando arriviamo
abbastanza vicini, iniziamo a correre e a gridare a squarciagola
simulando una carica. Loro fanno lo stesso venendoci incontro: sembra
una scena di "Brave Heart", solo che, per fortuna, si
conclude senza spargimenti di sangue, ma con abbracci, strette di
mano e pacche sulle spalle.
Abbiamo poco tempo per riposarci e raccontarci le rispettive giornate.
Massimo e Maurizio, i Capigruppo del viaggio, ci accompagnano in
furgone per un quarto d'ora di strada e poi ci abbandonano nuovamente
sul ciglio del sentiero. Al rifugio di Botnar mancano
altri 8 Km di deserto nero. Li percorriamo in silenzio, a piccoli
gruppi, con Marco davanti a fare strada. Siamo quasi arrivati quando,
sulla cima di una duna alla nostra sinistra, vediamo un piccolo
quadrupede che scappa, spaventato dalla nostra presenza. È
una volpe artica, come ci spiegherà poi la Voce della Natura,
attirata in questa zona dalla presenza del rifugio e dei relativi
avanzi di cibarie degli escursionisti.
La ranger che ci accoglie è molto simpatica e ospitale. Mentre
facciamo stretching e montiamo le tende inizia a cadere qualche
goccia di pioggia. Non abbastanza, però, da farci rinunciare
all'idea di cucinare tutti insieme sul grande tavolo all'aperto.
Dopo cena, mentre scende piano piano la notte e, con lei, un'umidità
da tagliare a fette, Marco - tra un caffè, un tè,
una tisana e qualsiasi altra bevanda calda che riusciamo a tirare
fuori dalle nostre provviste - ci tiene svegli e allegri con alcuni
esilaranti racconti di sue precedenti esperienze di viaggio, facendoci
già sognare le prossime mete. Ma per il momento la prossima
meta è la tenda! Buona notte!
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