Vegetazione simpaticamente
brulla, lunghe spiagge di sabbia fine, mare blu intenso, timide
calette appartate…questa è Minorca, e chissà
cos’altro ancora…lo scopriremo durante la nostra breve
vacanza.
Atterriamo all’aeroporto di Mahon (Maò), la capitale
dell’isola (Minorca è la più orientale delle
Isole Baleari) alle 13,30 del 21 luglio 2003, e dopo nemmeno un’ora
siamo già in albergo. Alloggiamo infatti in una struttura
che sorge nei pressi della spiaggia di Punta Prima, nel distretto
di Sant Lluìs, a 15 minuti di bus da Mahon (nell’estremità
sud-orientale dell’isola).
Al check-in in albergo paghiamo una tassa di 1,03 € al giorno
per persona per il soggiorno sull’isola. E’ la cosiddetta
eco-tassa, il cui importo varia da 1 a 3 € in base alla categoria
alberghiera. Il 26 aprile 2001 il Parlamento della Comunità
Autonoma delle Isole Baleari ha approvato la legge che stabilisce
una nuova imposta sul soggiorno in imprese turistiche alberghiere,
sebbene gli albergatori non siano d’accordo.
Trascorriamo il pomeriggio sulla spiaggia di Punta Prima
,
affollata di turisti e di gente del posto. Scopriamo che, essendo
tutte le spiagge dell’isola spiagge libere, non di proprietà
delle strutture alberghiere, il noleggio di ombrellone e sdraio
deve essere pagato al Comune, e il prezzo si aggira sui 18 €
(sia che si noleggino per un’ora che per tutto il giorno).
Una spesa folle! Per ovviare il problema è possibile acquistare
un ombrellone nei numerosi market che si trovano ovunque. Sono
venduti già con l’imballo predisposto per il viaggio
in aereo. Noi siamo qui per abbronzarci, per farci baciare infinitamente
dal sole, e perciò ci limitiamo a stendere i nostri salviettoni
direttamente sulla sabbia (siamo però munite di stuoie
che isolano un po’ di più dai dispettosi granellini).
3…2…1…VIA! Primo tuffo in mare! L’acqua
è calda, ma sempre rinfrescante e invitante, il mare è
mosso. Giochiamo con le onde come se fossimo tornate bambine,
ci facciamo travolgere dai cavalloni e sbatacchiare a riva.
Trascorriamo la serata leggendo la guida turistica acquistata
in un minimarket che ci aiuterà a girare in modo autonomo.
I mesi di luglio e agosto sono particolarmente caldi a Minorca,
e se all’alta temperatura aggiungiamo l’elevato tasso
di umidità (l’abbondanza delle piogge invernali compensa
l’assenza di precipitazioni in agosto), visitare l’isola
diventa una vera impresa. Per questo motivo ci concediamo poche
escursioni, in fin dei conti siamo qui per riposare. Chi invece
si trovasse a Minorca in un altro periodo, o comunque non temesse
la calura, sappia che per visitare l’isola è necessario
noleggiare un’auto, dal momento che il servizio di autobus,
sebbene efficiente e puntuale, non copre tutti gli angoli di Minorca.
Inoltre l’isola, sviluppandosi da est a ovest, è
percorsa da un’unica strada dorsale che da Mahon, la città
più a est, conduce a Ciutadella, l’antico capoluogo,
situato sulla costa occidentale. Dalla dorsale, che tocca i principali
villaggi dell’entroterra, si dipartono le strade secondarie
che conducono ai centri costieri, raggiungibili solo in questo
modo, in quanto non esiste una strada costiera parallela al litorale.
Chi si muove in bus sappia pertanto che per recarsi in qualsiasi
punto dell’isola deve dapprima raggiungere Mahon o Ciutadella,
e da lì prendere un altro autobus per la destinazione prescelta.
Il risultato sono lunghe attese sotto il sole cocente: meglio
noleggiare un’auto. I motorini sono invece sconsigliati
perché le distanze comunque ci sono (da Mahon a Ciutadella
circa 50 km) e le strade sono piuttosto strette e presentano frequenti
cambi di pendenza.
Anche i vacanzieri più pigri non possono però rinunciare
ad una visita di Mahon
,
il capoluogo che si sviluppa sulla costa sud-orientale dell’isola.
Il bus ci lascia a Sant’Esplanada, e subito ci troviamo
immersi tra le bancarelle del mercato settimanale (martedì
e sabato): un trionfo di colori, tessuti, abiti dalle fogge più
strane, voci e richiami nelle lingue più diverse. Veniamo
subito attirate dalle bancarelle di scarpe, dove scopriamo il
primo dei prodotti tipici dell’artigianato locale: le inconfondibili avarques, le calzature più semplici e popolari,
di cuoio bovino e suola di gomma, molto comode e calzate sia da
uomini che da donne di ogni età. Ci guardiamo intorno e
notiamo che in effetti tutti i minorchini, i giovani vestiti alla
moda così come gli anziani legati ancora ad un abbigliamento
prettamente rurale, le indossano. Altro prodotto tipico è
il Gin, il cui aroma e sapore particolari provocano un’associazione
immediata con questa terra. La sua introduzione risale ai tempi
della prima occupazione britannica, ma la distillazione, a partire
da bacche di ginepro, non segue esattamente il processo del gin
inglese e il risultato è perciò diverso. Il Gin è anche l’ingrediente principale della bevanda tipica
di Minorca, la Pomada: Gin mescolato a succo
di limone che ne attenua l’elevata gradazione. Entrambe
le bevande possono essere un grazioso souvenir; le si trovano
praticamente ovunque e sono riconoscibili dalle bottiglie verdi
con manico ad occhiello in cui sono contenute.
Passeggiamo per le vie del centro lasciandoci trasportare dal
movimento ritmico dell’ondata di turisti. Veniamo catturate
dai piccoli negozi brulicanti di vestiti, cinturine, ceramiche
e collane.
Gli edifici presentano stili diversi, manifestazioni delle successive
occupazioni dell’isola, e si sviluppano lungo un pendio
che si apre sul porto del capoluogo. Il braccio di mare che penetra
nell’isola per oltre 5 km rappresenta il secondo porto naturale
più grande al mondo dopo quello delle Hawaii. Esso segna
la divisione geologica di Minorca in due parti molto differenziate
ed è stato motore del progresso in momenti chiave della
sua storia. Sulle sponde del porto si affacciano numerosi bar
e ristoranti dove poter gustare le delicatezze del posto: la paella,
la llagosta e i formaggi accompagnati da colorate sangria o dall’onnipresente pomada. Le migliori viste panoramiche
sul porto si hanno da "Plaza Mirando" e da “Sant’Altra
banda”, la sponda opposta della baia naturale. Vi sono diversi
isolotti nel porto, ognuno con la sua storia. Una è chiamata
Illa del Rei, Isola del Re, perché è qui che il
re Alfonso III soleva sbarcare, un’altra è chiamata
il Lazareto, perché proprio su quest’isola , dal
1817 al 1917, marinai e viaggiatori su navi infette dovevano trascorrere
il periodo di quarantena.